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L’Italia ai tempi della Canapa. Quando la nazione intera mangiava e viveva con l’uso di questa pianta.

La storia dell’agricoltura italiana è strettamente intrecciata a quella della canapa. Nell’ottocento, senza voler ripercorrere la storia millenaria della canapa, si è arrivati a coltivare fino a 120.000 ettari di canapa, con regioni come la Campania e l’Emilia Romagna a trainare tutto il settore. Inimmaginabile al giorno d’oggi.

I motivi di questo enorme successo sono da individuare innanzitutto nel fatto che di questa pianta non si butta via nulla, ad iniziare dalle radici, dalla splendida fibra dello stelo a finire al fiore. Per quel periodo era già un ottimo motivo; esistevano varietà autoctone come la Carmagnola (piemontese) e la Eletta Campana (derivata dalla Carmagnola), che davano la possibilità di avere raccolti di altissima qualità.

La canapa dava di che vivere perché era possibile anche cibarsi delle sue parti. Dai semi era possibile tirare fuori olio e farina con ottime proprietà nutrienti; con olio e farina a quei tempi riuscivi a fare tantissime cose e questo aiutava a mangiare prodotti della terra che coltivavi. E non dimentichiamo l’esportazione che dava la possibilità di avere un grosso tornaconto economico.

La nostra canapa veniva esportata in tutto il mondo.

Era molto usata soprattutto per i tessuti, anche per quelli particolari come le vele e le corde delle navi. Per non parlare dell’uso che se ne faceva per la produzione della carta, molto pregiata tanto da produrci pergamene.

Il declino della produzione italiana parte da lontano e più precisamente dagli Stati Uniti. Nel 1937 si conclude una campagna fortissima contro la produzione della canapa con la promulgazione di una legge firmata dal presidente Roosevelt. Nel giro di pochi anni, subito dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’influenza statunitense sulle nostre decisioni porta l’Italia a rendere fuorilegge la produzione della canapa. Le motivazioni possono essere solo politiche, visto che abbiamo dato le nostre sementi alla Francia oppure le abbiamo distrutte. Lo spostamento da un’Italia agricola ad un’Italia industriale ha portato ad una scelta drastica, anche perché bisognava fare spazio al petrolio che arrivava dall’estero. E la canapa, anche nel combustibile, poteva sottrarre soldi al nuovo che avanzava.

Ma oggi quelle motivazioni sono poco importanti. Oggi quello che è importante è che parlando di futuro sostenibile  si può parlare di canapa.

Prima accennavo all’uso della canapa come materia prima per la produzione della carta. La canapa sarebbe un’ottima sostituta della cellulosa. D’altronde la cellulosa è arrivata dopo la canapa. Abbiamo distrutto un pianeta per la produzione della carta da cellulosa. Il continuo disboscamento che coinvolge il mondo intero potrebbe essere notevolmente ridotto con lo sfruttamento della canapa come materia prima per la produzione della carta. Sarebbe molto più sostenibile della cellulosa, sicuramente più economica e la resa sarebbe notevole come è stato già sperimentato. Ma anche l’uso che se ne fa nell’edilizia è sottovalutato. Viene usata per produrre mattoni o pannelli isolanti sia termico che acustico. Metteteci l’uso medico (che in Italia è maledettamente carente) e comprenderete che la pianta della canapa non può continuare ad essere nascosta dietro ad un dito nella nostra economia.

La canapa può e deve ritornare ad essere protagonista della coltura della nostra terra e della cultura di noi italiani, così come lo è stato nei secoli scorsi prima che scelte scellerate la distruggessero.

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